CHILLE’S CORNER: “SONO ANDATO VAGANDO, INSEGUENDO VISIONI…” INCONTRO CON GIULIANO SCABIA, MATTEO PECORINI, E I GIOVANI VINCITORI DEL BANDO STORIE INTERDETTE


di Camilla Castellani

In questo scritto il mio obiettivo è stato quello di riportare più fedelmente possibile l’appuntamento di Chille’s Corner del 13 Maggio 2020.
Ho trascritto e riorganizzato liberamente le parole dette in un discorso che ai miei occhi appare lineare. Non mi soffermerò nel dar pareri personali che inevitabilmente inquinerebbero la poesia del testo, mi limiterò invece a fornire chiarificazioni in merito ai punti che possono apparire opachi. Il mio compito sarà quello di mero convertitore di linguaggio: se il lettore rimarrà toccato da ciò che è scritto, il mio obiettivo potrà considerarsi raggiunto.

“In principio era il Logos. Il logos è il linguaggio, la relazione. Non si tratta soltanto di parole.”1

Il 13 Maggio 2020, nel giorno in cui ricorre la Legge 180, si sono riuniti a Chille’s Corner Giuliano Scabia, Matteo Pecorini e i giovani vincitori del bando Storie Interdette: Carmela De Marte (Gubbio), Ilaria Marcuccilli (Roma-Trieste), Daniela Nisi e Antonio Anzilotti De Nitto (Brindisi), Tommaso Ferrini e Silvia Licciardo (Firenze – Reggio Calabria). Per il bando, in vista del festival omonimo, questi giovani hanno scritto e preparato performances teatrali su vari aspetti della diversità: realtà manicomiali, manicomi invisibili, differenze di genere, migrazioni.

Giuliano Scabia ha da poco pubblicato il suo ultimo libro “Una signora impressionante”, del quale ha invitato i giovani vincitori del Bando a leggerne un capitolo. Per Scabia è la poesia quella signora impressionante in quanto: “lascia sempre una positiva impressione profonda, ma anche uno sgomento, rivelando qualcosa che prima non si vedeva.”
Il capitolo in riferimento è intitolato “Il dottor Vivente sul Cavallo Azzurro” e tratta alcune riflessioni su Il dottor Zivago di B. Pasternak.

I PROGETTI

All’inizio dell’incontro i ragazzi vincitori hanno preso parola per presentare i loro progetti: Daniela e Antonio raccontano di una vera casa nel bosco, inabitata e usurata, ne hanno ispirazione e ne hanno fatto una metafora dell’abbandono, della marginalità e dell’incomunicabilità tra esseri umani; Carmela muove una critica ai canoni estetici che si verificano in una società omologante come quella dettata dai social networks, prendendo spunto da un testo sulla condizione delle donne nell’Italia fascista; Tommaso e Silvia partendo dai cosiddetti manicomi invisibili riflettono sul rapporto uomo-donna in una chiave esistenziale; Ilaria si ispira a una storia vera per raccontare il vissuto di una donna che viene utilizzata come capro espiatorio di una società escludente.

L’ARTE DELL’OSSERVAZIONE

«Sono strabiliato, – risponde Giuliano Scabia – starei ad ascoltare ancora per il tutto il tempo. Quando si trovano dei giovani così dentro a una ricerca e un’avventura della vita si trae un grande insegnamento. I giovani sono sempre sconvolgenti. Loro lo sono stati adesso, con il loro domandarsi dov’è il corpo dentro al mare immenso, smisurato, a volte mostruoso della comunicazione di oggi. Noi siamo stravolti dalla quantità di messaggi che riceviamo, di ogni tipo: veri, falsi. Ma chi è il corpo vero? Il momento in cui Carmela trova nella donna del web la bambina originaria. Io credo che sia questo il viaggio da fare ostinatamente e spietatamente. Cioè quello di togliere continuamente dal nostro volto, dal nostro corpo, dalla nostra corazza mentale la gigantesca maschera che siamo costretti a indossare: una maschera quasi manicomiale di una società che è pericolosamente presa da una furia di cui non riesce a controllarne la velocità, la direzione.

Penso che i giovani abbiano più verità dentro di quelli che sono meno giovani. Loro fanno in tempo ancora ad accorgersi di dov’è il sentiero, di dov’è il cammino, di dov’è il cavallo, di dov’è il sangue dei semi che stanno per sbocciare. E quando Ilaria trova una donna dentro a un manicomio e ne fa una ricerca è la rivelazione di uno sguardo, del trionfo del cercare un senso alla vita.
Cosa dobbiamo fare noi, se non cercare di dare un senso a qualunque elemento di vita? Dargli quindi speranza, fiducia, fede, amore. Questo non si fa con la predica ma attraverso l’osservazione, cercando di capire cosa c’è dentro ai manicomi invisibili in cui siamo dentro.»

CURA/POESIA

Nella sua riflessione su Il dottor Zivago di Pasternak, Scabia fa un collegamento tra il rapporto che vi è tra poeta e medicina poiché “La poesia è anche un’azione di bellezza che si prende cura della vita, un atto luminoso contro la morte”2. Il dottor Zivago, che letteralmente si traduce in “dottor Vivente” è un medico con una grande capacità di osservazione e di ascolto, qualità che lo affiancano nel riconoscere i sintomi di una malattia e che lo rendono un diagnostico infallibile.
In una sorta di epifania il medico si rende conto della forza dell’arte e della poesia nel prendersi cura nella vita e del linguaggio vivente: “tutta l’arte, non esclusa quella tragica, è il racconto della felicità di esistere”3.

MORTE/VITA

Prosegue Scabia: «Chi è la cura? Non lo sappiamo, la inventiamo continuamente. La cura è un rinnovamento interiore prima di tutto di chi si prende cura, o no?
Se chi si prende cura ha uno stereotipo della cura, egli non cura niente. Perché l’altro è in mutazione, e lui stesso è mutazione, e l’osservazione della metamorfosi è la cura. Ma se questa metamorfosi è verso la morte bisogna dire NO!

Ecco il rapporto tra la morte e la vita. In fondo i matti nel manicomio erano tutti morti. Se ne stavano lì ammassati per andare a morire, e anche noi siamo ammassati qui per andare a morire.
Ma intanto però c’è questo momento in cui siamo vivi, che è il momento in cui siamo i fiori della vita. Questo è un momento di altissima gloria, abbiamo solo questo.

Magari c’è un aldilà, ma per ora siamo qui e questo è l’unico paradiso che c’è. E quindi il nostro compito è di fare Paradiso dentro di noi. Come? Bah… Il maestro Stanislavskij diceva il lavoro dell’attore su se stesso, altri dicevano di trattenere il respiro e di cercarlo tra un respiro e l’altro, insomma ognuno ha una sua via ma, ecco, bisogna tenere in vita la vita, perché è l’unico bene di cui siamo sicuri.»

CHIRURGO/ATTORE

Una delle giovani vincitrici, Ilaria Marcuccilli, racconta un aneddoto della sua vita: «Ricollegandomi alla riflessione sul Dottor Zivago, ricordo che da piccola pensavo che il mestiere più nobile di tutti fosse quello del chirurgo: egli apre, guarisce, ricompone i corpi, li cura. Un giorno mia madre mi portò a uno spettacolo di teatro e l’attore concluse il suo monologo guardandomi dritta negli occhi, per caso. In un fiume di lacrime non dissi niente, ma è lì che capii che da grande avrei fatto l’attrice. Il teatro per me è qualcosa che riesce a toccare -senza alcun tipo di strumento da chirurgo- quella parte dell’anima che batte sotto il cuore e che è possibile raggiungere soltanto attraverso l’empatia. Questa ci accomuna, ci fa sentire parte di un insieme e, in qualche modo, ci guarisce.»

IL TEATRO DEL TIMORE

Giuliano Scabia: « In questi giorni l’umanità si è spaventata, anche un po’ esageratamente forse, però ha visto quanto siamo fragili, quanto tutti quanti ci siamo messi in maschera. Pensate: sette miliardi di persone vanno in maschera: è il trionfo del teatro! Il teatro bianco, dell’assenza, più teatro di così..! Basta andare per strada. È la commedia del teatro, un po’ monotona, ma è un teatro fantastico: è un teatro del timore, del virus, è un teatro attento perché se perdi questo bene cioè l’abbraccio dell’altro, perdi la radice dell’amore, della confidenza. Se io non mi fido di te perché tu mi puoi dare il virus e allora sulla strada passo dall’altra parte… Questa è la perdita di fiducia nell’essere insieme. Abbiamo visto quanto tutto questo è pericoloso.»

MOSTRARE LA FERITA

Quando prende parola il giovane Chille e attore Matteo Pecorini, fa un riferimento a Karl Kraus: “Il progresso tecnologico lascerà un punto soltanto in sospeso, che è quello della fragilità.”

«È interessante come in fondo andiamo a cercare certi frammenti di storie di fallimento e di sconfitta che risiedono in queste marginalità. Ripartire dalla fragilità, dalle mancanze e da ciò che non siamo riusciti a fare è anche un modo per continuare a provare, seppur fallendo e cadendo. Un po’ come Don Chisciotte, cavaliere errante che va per la Mancia cadendo e rialzandosi di continuo. Io non lo so se il teatro salverà il mondo, ma sicuramente il mondo avrà sempre bisogno del teatro: quando si apre il sipario vediamo un margine che si rivela, ed allora attraverso il gioco noi possiamo raccontare, mostrare, mettere in scena, rinarrare e curare alcuni pezzi di società, ripartendo dalle ferite che ci accomunano, che poi non sono altro che i fallimenti di ognuno di noi. Questo è anche il teatro: non il vanto di ciò che ci riesce, ma il mostrare laddove manchiamo di qualcosa.»

LA RIVOLUZIONE RIDENTE

Scabia prosegue: «Ce n’è del lavoro da fare ragazzi… è una rivoluzione quella in cui siamo dentro! Perché adesso sì che lo costruiamo il futuro! Con la bambina svedese, con gli usignoli di maggio innamorati che di notte cantano insieme ai cavalli azzurri, nel rispetto della storia di ognuno. Questo è ciò che hanno fatto a Trieste, hanno detto: io ti ascolto anche se non sei nessuno… perché non è vero che non sei nessuno, tu sei ed io ti ascolto, e nella tua storia c’è la tua anima, la tua vita, c’è il tuo teatro della vita.

Questa è la rivoluzione di Basaglia, del Cavallo, dei racconti che avete portato.
Ed è una rivoluzione ridente, della gioia, per chi ha voglia di continuare a ridere! Questa gioia è il logos. Questo è il vero Dio: il logos che canta. Il logos è la meraviglia, la relazione di tutto ciò che esiste. È il legarsi insieme degli atomi, delle molecole, dell’aria, delle persone. Tutto questo è il logos. È il linguaggio generale, non solo le parole, ma il sangue, le pietre, tutto. La sua intelligenza è la gioia, la gloria della gioia in cui ogni tanto sorridiamo anche se siamo disperati.
Portarsi fuori dalla disperazione, uscire dal manicomio invisibile e darsi un bacio, cantare, fare il teatro, con la bilancia dei Chille e con la vostra bellezza.»

IL GIOCO È UN ATTO PRIMARIO

I ragazzi sono colpiti dalle parole di Scabia, lo chiamano Maestro, richiamano le loro emozioni di condivisione sul pensiero che l’arte ha una forza unificatrice e che attraverso di essa si può creare una comunità ridando dignità ai più deboli, come successe con il Marco Cavallo, dice Silvia.
Carmela trasmette il suo entusiasmo nella voglia di ripartire col teatro fuori dagli spazi canonici, è un fiume che inonda le periferie e le scuole; Daniela si domanda chi sia il matto in una società frenetica come la nostra, Antonio ci mostra la sua gratitudine, si sente risvegliato di vitalità, dice che la fragilità può essere considerata un elemento per curare.

«Non credo che esistano maestri – risponde Giuliano Scabia – esistono soltanto dei momenti di magistralità. L’ ipse dixit per me non esiste. Quando siamo andati a fare il Marco Cavallo non siamo mica andati lì per curare, siamo andati lì per fare quello che facevamo di solito: giocare. Franco Basaglia concordava sull’amare la diversità e l’entusiasmo.

Insistere sul negativo e sul cupo non è il mio modo di lavorare, io cerco il ‘giochiamo insieme!’.
Mi sono reso conto che i bambini oggi hanno ripreso a fare quello che hanno sempre fatto: giocare senza tempo. Le strade sono piene di disegni coi gessetti fatti dai bambini! Andare un’ora a calcio, un’ora a danza, per me è la galera del gioco. Il gioco è eterno, va fatto finché si ha forza e poi crollare. Esso è un atto primario: è la danza della vita, è il cuore di Dioniso.

Questo gioco eterno è qualcosa che la nostra società, avendo fondato sul Tempo Denaro praticamente tutto, non si vuole concedere. Ma io voglio questo… e vi auguro questo!» [ride]

UTOPIA POSSIBILE

E continua: «Ricordo di quando a Napoli un po’ di tempo fa ho visto dei ragazzi giocare a pallone sulla strada. Sono rimasto molto sorpreso nel vedere che gli automobilisti non si arrabbiavano, anzi, giocavano con gli occhi.

È possibile, ragazzi.
È possibile disegnare coi gessetti in mezzo alle autostrade.
È utopico, ma è possibile!»

Sono andato vagando, inseguendo visioni, dialogando con le tante figure dell’anima.
A me piace recitare a piena voce per l’acqua dei torrenti, per i sassi, per le case fatte
dagli amici muratori, per il vento, per le persone care, per quelli che incontro.
Il Teatro è andare verso l’interno di sé e insieme verso il mondo.”

[Una signora impressionante, G. Scabia, 2019]

Note:

1Giuliano Scabia, intervista del 13 Maggio 2020

2Una signora impressionante, G. Scabia, ed. Casagrande, 2019, p. 149

3Una citazione da Il dottor Zivago di B. Pasternak, ritrovata all’interno di “Una signora impressionante”, p. 154

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