LETTERA A UNA PROFESSORESSA
di e con Claudio Ascoli
Liberamente ispirato al libro collettivo degli allievi della scuola di Barbiana, curato da Don Lonzo Milani 1967
RITORNA LA LEZIONE DI DON MILANI
IN UNO SPETTACOLO TEATRALE
In distribuzione nella stagione teatrale 2011-2012. Per informazioni vedi la fiche tecnica
Adatto anche per recite scolastiche – scuola media superiore
Ha debuttato a Vicchio il 21 maggio 2011, in occasione della Marcia a Barbiana
Presentato con successo a Firenze – San Salvi nell’Estate fiorentina 2011
“Lettera a una professoressa”: ritorna la lezione di Don Lorenzo Milani in uno spettacolo teatrale dei Chille de la balanza.
La storica compagnia di teatro di ricerca diretta da Claudio Ascoli ha prodotto in collaborazione con il Comune di Vicchio lo spettacolo Lettera a una professoressa, dall’omonimo libro collettivo degli allievi della Scuola di Barbiana, curato da Don Lorenzo Milani nel 1967.
Un autentico spettacolo-lezione per formare…cittadini sovrani!
“E’ un libro veramente bello, un vento di vitalità. Fa ridere da soli, e immediatamente dopo vengono le lagrime agli occhi. (…) Di questo libro devo dire in generale tutto il bene possibile: non mi è mai capitato di essere entusiasta di qualcosa e di sentirmi obbligato, costretto a dire agli altri: leggetelo! Lettera a una professoressa riguarda sì la scuola come argomento specifico, ma nella realtà riguarda la società italiana, l’attualità di vita italiana.” Sono parole di Pier Paolo Pasolini all’indomani della pubblicazione di un libro che avrebbe lasciato una vasta eco nella società italiana: e non è un caso che già dopo pochi anni i decreti delegati e più in generale una nuova idea di scuola (e di società) misero profonde radici, pur tra mille contraddizioni.
Oggi i tempi sono cambiati e di molto, ma quanto mai attuale è la necessità di formare cittadini sovrani nel percorso di don Milani per “portare un uomo ad essere libero, ad essere soggetto consapevole”. Sta infatti sempre più venendo meno, per dirla con parole di Padre Balducci sul prete di Barbiana, “la laicità come immediatezza del rapporto tra uomo e uomo, (…) e l’educazione come addestramento alla critica.”
Nella Lettera ai giudici di Roma Don Milani osservava: “La scuola è diversa dall’aula del tribunale. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi. E’ l’arte delicata di condurre i ragazzi su un filo di rasoio: da un lato formare in loro il senso della legalità (e in questo somiglia alla vostra funzione), dall’altro la volontà di leggi migliori cioè il senso politico (e in questo si differenzia dalla vostra funzione). (…) Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservare quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.”
Non c’è niente di meglio per definire il senso di questo spettacolo, oggi più che mai attuale nella inattualità di Don Milani per la recente riforma Gelmini, per lo stato di perenne crisi delle istituzioni, per la massiccia indicazione di valori (per Don Lorenzo dis-valori) che vengono imitati passivamente da individui non più soggetti.
“Lettera a una professoressa” dei Chille è un evento di narrazione ed affabulazione, scritto e “giocato” da Claudio Ascoli e dai suoi compagni Sissi Abbondanza e Marco Mocellin, con parole, immagini e riflessioni su e da don Milani.
Il gioco teatrale suggerisce una scrittura collettiva con gli spettatori da parole, oggetti, situazioni contenuti in una valigia (un crocefisso, un sacchetto di chiodi, una bandiera rossa, lettere, uno spezzone di pellicola cinematografica, una banana…), che vengono scelti a comporre lo “spettacolo”, che risulta così diverso ogni sera.
Un evento divertente e spiazzante, con anche un breve film-inchiesta “comizi di scuola”, di pasoliniana memoria (Comizi d’amore), che raccoglie sorprendenti interviste nei mercati popolari su cosa oggi pensi realmente la gente della scuola e dei suoi problemi.
Due ore di teatro per capire, emozionarsi, imparar facendo, entrare in un percorso storico e politico per parlare dell’oggi e del “che fare?” a partire da Don Milani, dalla sua opera e dal suo tempo.
Lo spettacolo non ha particolari esigenze tecniche: è giocabile in teatri anche di piccole dimensioni (sia di palco che di platea), alla italiana o non, pur privi di graticcio attrezzato.
E’ sufficiente una inquadratura nera con fondale e n. 4 quinte.
Ovviamente, la presenza sul posto di graticcio, ritorni, dimmer… è ben accetta!
Prevede l’utilizzo di uno schermo sul fondo del palco, da utilizzare per n. 2 momenti video, previa apertura del panorama nero o soluzione similare; è meglio poter far scomparire lo schermo quando non in uso, purché con azioni non molto rumorose. Nel caso il Teatro sia sprovvisto di questo schermo e della relativa copertura, la compagnia può provvedere in proprio, previa tempestiva segnalazione del Teatro. Lo stesso vale per inquadratura, quinte, dimmer, ritorni luci…
Uniche condizioni tecniche irrinunciabili sono la possibilità di sistemare la regia audio e luci sul palco, e un facile passaggio da palco a platea e viceversa (scaletta di collegamento).
Lo spettacolo utilizza un numero non rilevante di proiettori e luci, tra cui una padella, che viene calata in scena a una certo punto.
Nel corso dello spettacolo c’è un’azione teatrale con una saldatrice, per realizzare in tempo reale una scultura.
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“Lettera ad una professoressa”: i Chille de la Balanza a Vicchio per ricordare Don Lorenzo Milani.
Recensione di Claudia Vitale
Vicchio, 22 maggio 2011
Spettacolo tutto anticonvenzionale, sperimentale, di rottura, quello proposto dai Chille lo scorso sabato presso il teatro Giotto a Vicchio. Il luogo che li ha ospitati è già di per se stesso testimonianza di una lotta importante: qualche decennio fa il teatro avrebbe dovuto diventare un grande centro commerciale e solo la forza d’animo, l’intelligenza di qualche cittadino ricco di spirito di iniziativa è riuscito a salvarlo. Anche il Comune di Vicchio ha accolto la provocazione di uno spettacolo tanto atipico ed è stato giustamente ripagato con la presenza di ben 220 persone contro le 150 che il teatro Giotto può di fatto contenere. Gli stessi allievi di Don Milani, presenti in sala, hanno permesso un’operazione così nuova, vi hanno collaborato con vero entusiasmo e generosità, commossi di fronte alla messa in scena di un loro importante vissuto e di fronte all’omaggio per l’amato maestro. Uno spettacolo coraggioso dunque e anche di rottura appunto, come lo stesso Don Milani avrebbe desiderato, sia perché teso a non mitizzare Don Lorenzo, a non fare di lui un eroe (“povero quel paese che ha bisogno di eroi”) sia perché strutturato principalmente sull’appellativo milaniano per eccellenza: “l’obbedienza non è più una virtù!”. Obbedienti i Chille non sono stati affatto né al tempo della performance – durata infatti oltre due ore – né alla composizione scenica tradizionale. La parete divisoria fra pubblico e attore si è rotta ripetutamente coinvolgendo tutti gli spettatori al fine di costruire quella che Don Milani avrebbe chiamato una “comunità educante”. La stessa struttura portante dello spettacolo è stata destrutturata e resa collage di video, citazioni, reading con la partecipazione attiva di alcuni spettatori. Un collage reso visibile e concretissimo del resto, dall’originale creazione di Sissi Abbondanza e Marco Mocellin sul palco a fine performance: una torre di metallo assemblata e saldata sul momento, con una ruota ed una pala, simboli della fatica del lavoro cui i ragazzi di Don Milani erano costretti quotidianamente sui campi, ma anche simbolo di una possibilità di riscatto grazie alla volontà e alla determinazione, grazie alla comune lotta per la libertà. Una creazione alla Duchamp dunque che dà forza e sostanza allo spettacolo stesso e se ne fa simbolo. Spettacolo di rottura come gioco, dunque, ma un gioco molto serio nel rispetto di quel rigore milaniano, valore fondante di tutta la sua esistenza di uomo ed educatore, a cui più volte Claudio Ascoli ha fatto riferimento. Spettacolo di rottura perché ironico capovolgimento di quei falsi valori considerati invece fondanti dai sistemi tradizionali: prima di tutto dalla Chiesa e dallo stato. Così la lettera scritta da Don Milani al Vaticano, documento altissimo che testimonia tutta la sua lotta per la verità e la giustizia, smaschera le ipocrisie della Chiesa, i suoi soprusi sui più deboli, la sua generosità fasulla. Un capovolgimento anche di un possibile ordine cronologico degli eventi: Claudio Ascoli ha scelto non di narrare ma di guidare, come farebbe un buon educatore lasciando agli spettatori la possibilità di scegliere, rendendoli cioè brechtianamente attivi e partecipi della loro stessa educazione, consapevoli della loro capacità di crescita. Proprio come avveniva nella piccola aula della scuola di Barbiana in cui tutti contribuivano al sapere comune, aiutavano gli alunni più piccoli, quelli in difficoltà, mentre Don Milani vigilava, guidava e lasciava che imparassero, che fossero loro i veri protagonisti del proprio processo di apprendimento. Così del resto nasce anche l’opera “Lettera ad una professoressa”, come scrittura di gruppo, come insieme di idee condivise e discusse, come sviluppo di un confronto e di una vera capacità critica. Quante volte Don Milani – e con lui Claudio Ascoli portavoce di quelle parole di lotta – aveva fatto sentire la sua voce contro coloro che l’avevano accusato di aver messo la firma sullo scritto per farsi pubblicità; quante volte aveva ripetuto che lo scritto “apparteneva solo ai suoi ragazzi”. L’idea di scrittura collettiva è stata resa visivamente e concretissimamente dalla costruzione sul palco di un grande tavolo per mano di alcuni spettatori scelti a caso fra il pubblico a sostegno di quel principio pedagogico tutto milaniano del “non perdere tempo” e del collaborare al fine di “fare cose utili per la comunità”. Seduti intorno ad esso, come mostrano ancora oggi alcune foto della scuola di Barbiana, si imparava a “curarsi” dell’altro, a “prendersi cura” del mondo, delle cose e delle persone. Così, non senza commozione, Claudio Ascoli ha tirato fuori e appoggiato sul “grande banco” una valigia piena di ricordi tutti legati in varia misura alla vita di Don Milani: molti giornali, un vecchio biglietto del treno testimonianza della fuga di Don Milani da chi voleva incastrarlo politicamente, alcuni fogli con stampate alcune parole tratte dal dialetto barbianese, la bandiera del partito comunista e persino una banana, testimonianza di un episodio di umanissima generosità nella vita di Don Milani. Il senso di rottura è stato amplificato fin dall’inizio con l’intreccio originalissimo fra le figure di Pasolini, Basaglia e Don Milani. Tre figure scomode, fatte fuori dal sistema vigente, volutamente allontanate, esiliate, uccise dal sistema stesso (“è sempre il poeta a morire”). Pasolini, già attentamente studiato da Claudio Ascoli, viene mostrato in uno splendido video mentre, durante un’intervista, parla del libro più bello che abbia mai letto, “Lettera ad una professoressa”. Basaglia viene ricordato perché altra figura di rottura contraria a schemi sistematici e coercitivi. Al collage di video e sculture – da ricordare in particolare la composizione di Alessio Rinaldi – si aggiunga la suggestione offerta dalle musiche: non solo Bach e Beethoven amatissimi da Don Lorenzo ma anche canzoni inglesi, i Beatles e i Rolling Stones, e cassette francesi ascoltate dagli allievi di Barbiana per imparare la lingua straniera. Suggestioni generose offerte dai Chille dunque che culminano in un banchetto finale condiviso in convivialità e allegria mentre Claudio Ascoli sul palco resta muto a guardare la scultura, resta muto a riflettere sul valore della convivenza e del reciproco aiuto. L’intreccio si arricchisce e si amplia ulteriormente quando i Chille propongono una riflessione sulla scuola di oggi, con le sue contraddizioni e le sue tensioni, attraverso interviste nei mercati di Firenze e di Vicchio. Vere e proprie provocazioni per spingere ad un ripensamento su ciò che veramente si sa della scuola e su ciò che essa dovrebbe diventare: un luogo di umana accoglienza, di uguaglianza e di libertà spirituale. In tutto questo intreccio e gioco ad incastri il nucleo dello spettacolo resta e brilla sotto la luce della lampada centrale del palcoscenico: l’attenzione va a Don Lorenzo, come lo ha chiamato Claudio Ascoli durante tutto il corso della serata, ossia all’uomo che con coraggio ha capovolto un sistema ingiusto cercando un nuovo modo di fare scuola, ossia di imparare a stare al mondo – rispettando il prossimo, curandosi dell’altro, amando tutti i giovani: “…io i giovani li vedo splendere, li stimo sopra ogni cosa”.

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cool!