CASA DI BAMBOLE

Compagnia Chille de la balanza
CASA DI BAMBOLE
di e con Sissi Abbondanza

immagini a cura di Paolo Lauri
luci e suoni Gabriele Ramazzotti

Info e prenotazioni#055.6236195 | 335.6270739 | info@chille.it

Casa di bambole è una creazione di e con Sissi Abbondanza, storica presenza dei Chille, che negli ultimi anni ha narrato teatralmente straordinarie figure femminili come Giusi Pastore. Le immagini sono a cura di Paolo Lauri, luci e suoni di Gabriele Ramazzotti..

Casa di bambole indaga su un universo di solitudine, ma stavolta in un mondo di soli replicanti, in cui non si ritrovano più persone ma ectoplasmi. Una donna nella sua casa (nido e prigione) alla fine di una festa e in attesa l’indomani dell’arrivo del suo uomo, scopre un’altra se stessa (reale o immaginaria?) con cui dialogare. Lo spettacolo è una riflessione sull’incapacità di rapportarsi nel reale che spinge verso dialoghi isolati, creando mondi in cui si finisce con il parlare in un infinito, crudele soliloquio.

Il testo di Sissi Abbondanza è liberamente ispirato agli scritti di Ingeborg Bachmann, parole invase dall’ansia di libertà ed amore, soprattutto all’indomani del suicidio di Paul Celan, poeta anche lui e disperato amore della Bachmann. Celan, ebreo e vittima dell’orrore dei campi, si uccise alcuni anni dopo la Shoah, gettandosi nella Senna, e la Bachmann scrisse «La mia vita finisce perché lui è annegato nel fiume durante la deportazione, era la mia vita. L’ ho amato più della mia vita».

Abbondanza racconta la disperata solitudine di una donna, riflette con la Bachmann sulla facoltà dell’uomo di cannibalizzare le vite degli altri, di derubarle e impoverirle. Crimini privati, atti di morte senza azione, dove il carnefice aspetta e basta, forse lascia che la vittima si ammali e crolli. Qualcuno non muore: sopravvive, ma sopravvive e basta: “Voglio essere libera. Così libera da poter essere indotta in tentazione ancora una volta. Desidero una grande tentazione, assumerne la responsabilità ed esserne dannata. Oggi io non vivo, aderisco a tutto, mi lascio coinvolgere in tutto quello che accade, in modo da non poterne mai cogliere una mia personale occasione. Il tempo mi sta appeso a brandelli. Voglio decidere chi sono.” E ancora: “Non ho più nulla da temere. Deve incominciare a diventare importante ciò che io penso e credo, e non più ciò che mi hanno costretta a pensare e la vita che mi avevano permesso di vivere…lavorerei più volentieri. Anche se ho sempre lavorato volentieri, ma al mio lavoro manca la maledizione, la costrizione, l’assoluta necessità.”


Casa di bambole: frammenti di sé e della propria ombra, nella poesia di Ingeborg Bachmann

di Antonella D’Arco

“Casa di bambole”, l’ultima creazione scenica di Sissi Abbondanza, ha debuttato lo scorso 14 e 15 aprile, in occasione de Il Teatro dei Chille. Per la rassegna, tenutasi dal 10 al 22 aprile, si è potuto assistere a sei spettacoli della produzione teatrale di Chille de la Balanza, storica compagnia, napoletana d’origine e toscana di adozione, che dal 1998 è presso San Salvi, ex-città manicomio di Firenze, con la sua casa-teatro.

Trovando ispirazione dagli scritti di Ingeborg Bachmann, Sissi Abbondanza ha indagato le piaghe del dolore e della solitudine di una delle autrici più apprezzate della letteratura in lingua tedesca del secondo dopoguerra, rigenerando la sua vis poetica, in teatro, attraverso il corpo. Se Antonin Artaud scriveva che “il teatro è lo stato, il luogo, il punto, in cui afferrare l’anatomia umana e con essa guarire e dominare la vita”, la messinscena di Casa di bambole ha radici profonde nel verbo artaudiano.
Il cubo fatto di canne di bambù, la scena ideata da Sissi Abbondanza e Paolo Lauri, all’interno del quale agisce la parola della Bachmann, è la casa, perimetro che segna la sfera d’intimità della poetessa, ma anche recinto entro il quale il suo linguaggio interiore è rinchiuso.”Una devastazione. Il vuoto dopo l’assoluto”, queste le parole pronunciate dal personaggio che quel vuoto si trova ad abitarlo. La donna è immersa nel vuoto che è, appunto, la sua devastazione, dopo che gli amici di sempre sono andati via e l’hanno lasciata sola. Sola con se stessa. Una se stessa frammentaria e frammentata in tre dimensioni: il corpo, la voce e i suoi pensieri.
È nell’incontro tra queste tre dimensioni che lei comincia, maieuticamente, a far emergere la verità del suo essere e del suo percepire. La sua voce intrusiva la costringe ad affrontare il passato e a ritrovarsi nella memoria; a liberarsi dalla costrizione del rapporto con il suo uomo, in cui la dedizione e l’amore hanno smarrito i confini della loro essenza fino a diventare abnegazione; a uscire fuori da quella gabbia che si è costruita, ma che non può distruggere, perché è estensione della sua stessa carne.
Un incontro-scontro, quindi, in cui l’azione è mostrazione dell’alfabeto corporeo che come argilla in scena è forgiato da Sissi Abbondanza. Esso diventa simbolico quando la voce dei pensieri fa affiorare alla mente i ricordi di ragazza; mentre resta materia incandescente quando a dettare i movimenti è la sua nemica, la voce interiore.
La donna è quasi forzata a danzare da quelle parole che non vuole ascoltare, sulle musiche di Hans Werner Henze che, nel percorso di creazione della scrittura scenica, riproducono l’ideale ricongiungimento artistico tra il compositore e la Bachmann.
La donna è catapultata in mondi lontani da lei, nelle immagini proiettate. Quelle di Metropolis di Fritz Lang sono la moltiplicazione della casa, il carcere dove lei già si trova e di cui è prigioniera; l’esplosione della scena finale di Zabriskie Point di Michelangelo Antonioni è sintomo del cambiamento e della ribellione intestina che sta vivendo; il Giardino dei Tarocchi rappresenta le visioni mostruose create dagli altri.
Il disvelamento dell’assoluta necessità di conoscere o ri-conoscere se stessa passa, oltre che per la negazione di sé, anche per la negazione degli altri, dell’esterno e della società, nella dimensione in cui essi hanno la presunzione di imporsi con i loro codici sulla sua volontà. “Voglio essere libera, così libera da poter essere indotta in tentazione, ancora una volta, una tentazione così grande da assumerne la responsabilità ed esserne dannata”. La tentazione e la dannazione di Ingeborg Bachmann è la libertà. E libera, in uno stato di apparente follia, la follia che appartiene a tutti di vedersi altri da sé e di ritrovarsi – forse – s’incammina verso la se stessa rinnegata, pronta per un sincero dialogo allo specchio con la sua ombra.

http://www.oltrecultura.it/2018/05/01/casa-bambole-frammenti-della-propria-ombra-nella-poesia-ingeborg-bachmann/